Nel mio percorso, quella soglia si era presentata molti anni prima del viaggio in Perù, attraverso un’esperienza che avrebbe lasciato un segno indelebile nella mia memoria: un intervento chirurgico, il confine sottile tra la vita e la morte e una luce che ancora oggi appartiene ai miei ricordi più intensi.
Per molto tempo non riuscii a comprendere fino in fondo ciò che avevo vissuto. Avevo paura, e custodii quell’esperienza nel silenzio. Solo negli anni successivi, attraverso la meditazione, lo yoga e un lungo lavoro di conoscenza interiore, iniziai a dare spazio a ciò che sentivo. Imparai ad ascoltare il corpo, ad attraversare le paure e a cercare, oltre il rumore dei pensieri, una dimensione più autentica di me stessa.
Non fu un percorso immediato né privo di difficoltà. Fu piuttosto un lento togliere veli: condizionamenti, difese, convinzioni e tutto ciò che, a volte senza accorgercene, ci allontana dalla nostra natura più profonda.
Poi, a distanza di anni, il corpo tornò a richiamare la mia attenzione. Mi trovai nuovamente davanti a interrogativi che chiedevano ascolto e a un’esperienza inattesa che avrebbe cambiato il corso dei miei giorni. Non avevo tutte le risposte, ma sentivo crescere dentro di me una necessità: fermarmi, prendere le distanze dalla quotidianità e comprendere ciò che stavo vivendo.
Fu allora che il viaggio cominciò a prendere forma.
Il Perù, le Ande, le terre lontane e gli incontri che ancora non conoscevo mi attendevano. Sarei partita da sola, per tre mesi, senza cellulare e senza un itinerario definito. Avevo con me poche cose essenziali, un taccuino e molte domande.
Non sapevo ancora che cosa avrei trovato lungo la strada. Sapevo soltanto che avevo bisogno di mettermi in cammino, di incontrare altra umanità e un’altra cultura, ma anche di incontrare una parte nuova di me stessa.
«Il miracolo della vita non è scritto nel protocollo.»
Questa frase racchiude una domanda che attraversa la mia storia: quanto siamo disposti ad accogliere ciò che non comprendiamo immediatamente? E quanto spazio sappiamo lasciare all’ascolto, alla meraviglia e alla possibilità di cambiare?
PIEDI NUDI NELL’IMMENSO – Diario di un viaggio straordinario nasce anche da questo passaggio: da un’esperienza personale che si trasforma in ricerca, da un bisogno di libertà che diventa cammino, dal desiderio di vivere non più da spettatrice, ma da protagonista della propria esistenza.
Perché, a volte, partire significa molto più che raggiungere un luogo lontano. Significa avere il coraggio di attraversare le proprie soglie, lasciarsi interrogare dalla vita e scoprire, passo dopo passo, che il viaggio più straordinario è quello che ci conduce verso noi stessi.
Fotografia analogica: lago Titicaca, Perù
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