Dopo alcuni accertamenti per una presunta pancreatite, mi riscontrarono una neo-formazione alla testa del pancreas. Subito dopo, mi indirizzarono per ulteriori indagini all'ospedale di Verona, specializzato in questo tipo di patologie. Rimasi un po' sconvolta, ma dopo qualche giorno avevo già recuperato una certa tranquillità. La vita mi aveva già insegnato a tener testa a eventi fortemente destabilizzanti e dolorosi, portandomi ad attingere alla mia forza interiore, al mio Sé. Ero anche curiosa di scoprire dove quell'esperienza mi avrebbe portata, quali altri aspetti di me avrei conosciuto e sperimentato.
Mi ritrovai in uno stato mentale di attenzione, calma e, posso dire, privo di paura. Dovevo, volevo darmi da fare per cercare l'aiuto di cui sentivo bisogno e, nello stesso tempo, seguire il protocollo medico consigliato, finché non fosse diventato invasivo. Un senso profondo di accettazione mi avvolse dolcemente. Qualcosa di fortemente conflittuale era accaduto in me alcuni mesi prima; certamente il mio corpo mi stava dando un segnale di forte disagio interiore, una ferita profonda si era annidata in me.
Presi appuntamento per una visita specialistica all'Ospedale di Verona. Questo tessuto anomalo ed estraneo si era inglobato dentro una cisti. "Non c'era alcun pericolo a breve", mi disse il medico. Mi avrebbero contattata al più presto per una risonanza magnetica e un'ecografia con contrasto.
Bene, avevo del tempo. Contattai immediatamente un medico ayurvedico di Bologna, docente alla Scuola di Medicina Ayurvedica di Milano che avevo frequentato anni prima: sentivo che mi poteva aiutare. Mi sentivo stanca, provata, l'energia era bassa, ma la mia mente era totalmente aperta, senza riserve, pronta ad accettare la situazione e da lì attingere a maggior consapevolezza per un cammino di guarigione.
Durante il nostro colloquio, successivo alla visita, un'intuizione affiorò. "Cosa è accaduto circa sei mesi fa?" e ancora: "Secondo il dott. Hamer l'emozione che governa il pancreas è la 'soddisfazione', ti dice niente?" Le parole del medico risuonarono dentro di me e, in un baleno, rividi a ritroso il momento in cui qualcosa dentro di me si era rotto.
Rividi tutta la sofferenza emozionale di quel tormentato periodo e il conflitto che quotidianamente allora vivevo. Il "tener duro" in una situazione lavorativa che mi spaccava dentro, per mantenere fede a una responsabilità che mi ero accollata, tutto questo aveva nutrito quella "estranea cosa" dentro di me. Nel momento in cui mi fu chiaro il processo di malattia, cominciai il percorso opposto: il processo di auto-guarigione. Tornai a casa con un sacchetto di medicine ayurvediche e una dieta specifica che mi avrebbero aiutata a eliminare ama (tossine) dal mio corpo, riequilibrare i dosha e le energie a essi connesse. Ero fiduciosa, mi sentivo nel giusto cammino.
Nei giorni a venire avvertii un senso di malessere diffuso, mi sentivo inquieta e più stanca, ma dopo quindici giorni di terapia il corpo cominciò a riprendere vigore e la mente acquisiva chiarezza e lucidità. Sentivo un profondo amore verso l'essere che occupava il mio corpo e, in qualche modo, cercavo di cullare la ferita che avevo causato in me. Alla sera, quando mi coricavo, mi piaceva poggiare le mani sullo stomaco per trasmettere, attraverso di esse, tutto l'amore che sentivo vibrare in me, come a voler prendermi cura di quella sofferenza. Entravo in una sorta di meditazione, in totale assenza di pensieri, ascoltandomi nel respiro, finché non scivolavo nel sonno.
Una notte, dopo aver fatto la solita pratica, mi addormentai profondamente e uscii dal mio corpo. Mi accorsi di tenere un bisturi in mano sopra di me, stesa sul letto. Vedevo la cisti dentro l'organo, ben definita nei dettagli. Con il bisturi incidevo lungo il suo contorno e in profondità per rimuoverla completamente. Dopo averla tolta, la tenni tra le mani chiuse e, pensando a come fare per eliminarla, iniziai a portare il respiro lì, proprio tra le mani, affinché quel corpo estraneo si dissolvesse. Venni poi inghiottita in un sonno ristoratore senza pensieri.
Mi svegliai il mattino successivo profusa di infinito amore e con una certezza: ero guarita. Con incontenibile entusiasmo telefonai al medico ayurvedico di Bologna. Gli raccontai sommariamente quanto accaduto, non sapendo come ben definire l'esperienza vissuta. Lui mi disse di stare calma, che era un buon segno e di continuare la terapia.
Dopo una settimana mi chiamarono per gli accertamenti all'ospedale di Verona. Mi presentai con la TAC rilasciata dall'ospedale di Vicenza poco più di sei settimane prima. La macchina della risonanza era fuori uso; per il momento, mi avrebbero fatto solo l'ecografia con contrasto. Stesa sul lettino, la dottoressa scorreva l'ecografo sul mio addome. Osservavo il suo volto perplesso e immaginavo che qualcosa non le fosse chiaro. Dopo aver letto nuovamente la TAC, si decise a chiamare il primario, lasciandosi sfuggire un: "Vedo solo una nube, ha avuto una pancreatite?". Nell'attesa del primario, mantenni il controllo delle emozioni, anche se dentro di me esultavo a tal punto che sarei scesa dal lettino per fuggire di corsa urlando di gioia. Non mi sfiorò nemmeno per un attimo l'idea di raccontare loro quanto avevo vissuto, non avrebbero capito.
Il primario arrivò accompagnato da alcuni giovani medici che si posizionarono intorno al letto dove ero stesa, con la pancia all'aria e un sorriso esultante trattenuto. Mi iniettarono il contrasto, ma l'esito non fu diverso: di quella formazione sospetta non c'era più traccia, solo una leggera nube, come fosse una cicatrice di qualcosa ormai passato. I volti intorno a me erano alquanto increduli, mentre il primario continuava a cercare qualcosa che non trovava in giro tra i vari organi dentro la mia cavità addominale. Nulla, non c'era nulla. Mi avrebbero contattata al più presto per fare la risonanza.
Uscendo dall'ospedale, cominciai a correre ridendo felice come non mai. Telefonai subito a Bologna, investendo il mio amico medico di gioia, dicendogli che al più presto sarei partita per il Perù, un lungo viaggio di almeno tre mesi. Lui mi disse di stare calma e di continuare ancora la terapia, che ero in convalescenza e di aspettare almeno un altro mese prima di partire.
Dall'ospedale di Verona mi richiamarono dopo una settimana per darmi un appuntamento per l'esame che non avevo ancora fatto. Risoluta, risposi che, dal momento che l'ecografia non aveva riscontrato nulla, non avevo nessuna intenzione di sottopormi alla risonanza magnetica. Mi richiamò il vice primario del reparto cercando di convincermi a fare l'esame, dicendomi che una cisti così non poteva sparire, che dovevo farmi curare. Risposi ferma che stavo partendo per un lungo viaggio e che sarei ritornata dopo almeno tre mesi. Mi avrebbero richiamata.
Infatti, ero in Italia da alcuni giorni quando, puntuali, mi richiamarono. Accettai l'invito per un'ecografia; la risonanza l'avrei fatta solo se fosse risultato qualcosa di sospetto. Era sparita anche la nube, il mio pancreas godeva di ottima salute, e anch'io. Faticai non poco a farmi restituire la mia cartella clinica e a far chiudere la pratica. Il viaggio fatto in Perù mi aveva restituito una nuova vita, risvegliando la mia coscienza a nuova luce, rivelandomi consapevolezze che avrebbero cambiato il corso della mia esistenza.
Questa è la testimonianza del mio processo di rinnovamento e di guarigione. Ormai mi è chiaro come molte malattie nascano da un errore dell'intelletto e un uso improprio dei sensi (l'Ayurveda insegna che l'errore dell'intelletto è la prima causa di malattia). Bisogna porre attenzione ai pensieri. La ricerca di armonia tra mente, corpo e spirito è un processo continuo. Imparare a prendersi la responsabilità della propria interezza e quindi del proprio benessere è un passaggio fondamentale per una vita colma di gioia e salute. Essere responsabili della propria vita significa che nessuno può guarirci e che solo noi siamo gli artefici della nostra salute. Possiamo avvalerci di strumenti, terapie e terapeuti che ci aiutino, che ci accompagnino nel cammino di guarigione, ma dobbiamo anche imparare ad ascoltarci, affinando la facoltà di discernimento tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per la nostra evoluzione. In questo meraviglioso Creato ogni espressione di vita è in costante mutamento e rinnovamento, e noi ne siamo parte. Tutto è possibile.
https://marinamagro.blogspot.com/p/vivere-morire-un-unico-sentiero.html
Leggevo in a "spear of the moment" grazie per le parole che sappiamo, ma dobbiamo leggere "from time to time". ♡
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