OdorediPerù-romanzo-SamueleEditore-alcuni-paragrafi-in-visione






Mi trovavo all’isola di Amantanì, mi ero imbarcata la stessa mattina a Puno, dove ero arrivata con padre Claudio la sera prima. Ero partita da Calapuja per un viaggio esplorativo del lago Titicaca, e il sacerdote mi aveva accompagnato fino alla città di Puno dove il giorno seguente avrebbe tenuto una lezione di teologia in seminario.
Il cielo si stava coprendo di minacciose nubi scure. Soffiava un vento improvvisamente più fresco, l’aroma intenso di eucalipto non copriva l’odore dell’imminente tempesta. Le acque blu zaffiro del lago s’increspavano tumultuose. La natura esprimeva la sua forza selvaggia. Osservavo il ripido pendio digradare sul lago e alcuni isolani risalire lentamente gli scoscesi sentieri guidando gli animali al riparo, nelle loro case di mattoni cotti al sole.
Non c’erano strade nell’isola, né veicoli: gli asini erano di grande aiuto per la gente del posto.
Una famiglia mi avrebbe ospitata per la notte, dandomi una sistemazione molto semplice e un piatto caldo per la cena.
I pensieri vagando tornarono alla sera prima in pizzeria, dove padre Claudio mi aveva gentilmente offerto la cena. Fu l’occasione per scambiarci e condividere con profondo rispetto i suoi vent’ anni di vita in Perù, e fare delle riflessioni sulle necessità primarie dei campesinos e sulle loro difficoltà reali, oggettive e concrete. Una vita, la sua, della quale gran parte era stata dedicata, in modo totale, ai bisogni dei poveri.
Il cielo si era oscurato completamente.
Immersa nella suggestione di quel paesaggio, quasi non mi accorsi che aveva iniziato a piovere.
Raggiunsi la casa dove avrei trovato riparo, scendendo cauta il ripido sentiero ciottoloso.
La modesta camera dove mi sistemai riceveva luce solo dalla porta che dava sulla piccola corte interna quindi, una volta chiusa perché non  entrasse la pioggia, rimasi al barlume di una candela accesa sopra un tavolo, accanto ad un piatto con un uovo sodo, delle patate lesse e un po’ di riso.
Non so che ora fosse, dal momento che non porto mai l’orologio, ma prima della tempesta il sole era ancora alto. Comunque non importava. Dopo aver consumato il pasto, mi distesi sul letto e mi addormentai circondata da fulmini che guizzavano tra le fessure degli stipiti e tuoni che realmente scuotevano la casa. 
Durante la notte il cielo scaricò sull’isola una quantità impressionante d’acqua con una violenza mai sentita prima. Raffiche di vento s’infilavano sotto il tetto di lamiera provocando un fragore che echeggiava lungo i pendii, fino al lago: ebbi paura.
Rannicchiata sotto una coperta, con addosso i vestiti, dormii un sonno agitato. Sognai di navi in balia di uragani, di allagamenti e naufragi.
Dopo un tempo infinito la furia si placò e tornò il silenzio. I raggi del sole appena sorto s’insinuarono lungo le fessure della porta e pian piano mi svegliai. L’aurora indorava le forme e i colori del paesaggio. L’aria era ancora fredda.
Quanto avrei voluto trovare un bagno dentro quattro mura! Invece c’era solo un gabinetto sporco all’aperto riparato da una tenda, all’interno del piccolo cortile della casa, dove i bambini giocavano vicini alla loro mamma che tesseva a telaio. Impossibile per me utilizzare un simile servizio senza acqua, non ce la facevo, preferivo un prato o dietro un albero. Ero parecchio irritata dalla mia non adattabilità ma l’odore acre degli escrementi mi era insopportabile.
La giovane donna di casa mi portò in camera un piatto di minestra di cereali dolci per colazione e tornò a tessere.
La gente del posto utilizzava l’acqua fredda di un pozzo dietro la loro casa per lavarsi, quindi anch’io presi dal secchio un po’ d’acqua per rinfrescarmi il viso e lavarmi i denti.
Dopo aver salutato e pagato venti soles per l’ospitalità, m’incamminai verso il porto.
Sulla spiaggia alcuni giovani facevano il bagno vestiti e delle donne lavavano i panni che poi stendevano ad asciugare al sole, sui sassi.
Il barcone era lì, ormeggiato al piccolo porto in attesa di salpare.